News

torna all'elenco
Glifosate: Semina su sodo colpita e affondata mercoledì 20 aprile 2016
Glifosate: Semina su sodo colpita e affondata
La messa al bando mette a rischio l’agricoltura più professionale

Agricoltura blu, mi piaci tu. Per la prima volta con la nuova programmazione dello Sviluppo rurale sono 15 le Regioni che hanno dedicato specifiche azioni in favore dell’agricoltura conservativa. Agricoltura blu, non mi piaci più.

Il nostro ministero dell’agricoltura (assieme a quello della Salute), raccogliendo le istanze di 32 associazioni ambientaliste (dal Fai, al Wwf, da Legambiente, a Greenpeace, fino a Federbio) si è espresso a Bruxelles (si veda riquadro) contro la conferma dell’autorizzazione al glifosate. Ma senza il diserbante più utilizzato nel nostro Paese (e non solo), che tipo di agricoltura si può praticare? Di sicuro non più la semina su sodo. «Perderemmo così– stigmatizza Rodolfo Santilocchi - almeno 40 anni di vantaggi agronomici e ambientali». Santilocchi è docente di Agronomia all’Università politecnica delle Marche e presidente onorario di Aigacos, l’Associazione che ha messo a punto, quasi 20 anni fa, i postulati di un modello di gestione agronomica (colorata di blu) che ha trovato sempre molto spazio sulle pagine della nostra rivista, anche per la capacità di alterare il meno possibile la struttura del suolo, sostenibile ante-litteram. «L’unica tecnica conservativa - commenta - che si potrà continuare in qualche modo a praticare sarà la minima lavorazione.

Per il resto, con il ritorno all’aratura, rinunciamo in un sol colpo a tutte le soluzioni in grado di preservare la sostanza organica, la struttura, la fertilità e la biodiversità del suolo. Erosione e compattamento torneranno d’attualità, con rischi di frane sulle colline argillose del Centro Italia.

Un maggiore impatto ambientale potrà derivare dai flussi idrici sottosuperificiali, con possibile lisciviazione di nitrati e residui dallo strato di terreno lavorato». Si potrà contare su alternative come il diserbo meccanico? «Solo - ribatte Lorenzo Benvenuti, esperto Nova agricoltura - a costi troppo elevati per la competitività del nostro sistema produttivo. Pirodiserbo e diserbo a vapore si possono applicare solo per azioni localizzate (sottofila) su sistemi colturali arborei a più alto valore aggiunto come la vite. In pieno campo si rischia di spendere tutto in “nafta”», Benvenuti sottolinea come il “sodo” abbia un elevato valore ambientale per il nostro Paese. «Una marcia in più anche rispetto al biologico che “ara alla grande”, favorendo i fenomeni di ossidazione della sostanza organica del suolo e contraddicendo così uno dei suoi postulati fondativi. E senza glifosate, vista la mancanza di alternative, si rischia di disperdere anche il lavoro fatto su pratiche come lo strip-till e le cover-crop». In effetti quello degli erbicidi è già oggi, senza il minacciato bando al glifosate, un settore sguarnito. L’inasprimento della disciplina registrativa ha infatti inibito la messa a punto di nuove soluzioni e molte delle vecchie sono state revocate o limitate. «Si sta pensando -afferma Denis Bartolini del servizio ricerca e sviluppo di Terremerse ed apprezzato esperto di diserbo di questa rivista - ad autorizzazioni eccezionali per prodotti “bio” come l’acido pelargonico, ma si tratta di palliativi, la cui efficacia è da verificare e le cui dosi d’impiego (14-16 l/ha) rishiano di renderne troppo costoso l’utilizzo». Di fatto glifosate è oggi l’unico disseccante sistemico (qualsiasi altra soluzione sarebbe inefficace contro rizomatose e perennanti) autorizzato in pre-semina. Le uniche alternative a cui si può pensare sono diquat, che ha effetto solo dicotiledonicida (e un profilo tossicologico peggiore) o glufosinate ammonio, il cui utilizzo in pieno campo è però inibito. «Non è solo un problema per la semina su sodo - sottolinea Bartolini -. Dopo un febbraio particolarmente piovoso le semine primaverili si trovano ad affrontare un cotico di malerbe particolarmente sviluppato: l’aratura non è sufficiente a evitarne gli effetti di competizione e interventi chimici alternativi al glifosate presupporrebbero ripetuti passaggi con soluzioni con maggiori problemi di residualità». Problemi tecnici reali a cui si contrappongono scelte politiche poco “tecniche”. La classificazione di probabile cancerogeno dell’Airc non è condivisa infatti dall’Efsa. Una scelta più ponderata sarebbe necessaria per una sostanza attiva largamente utilizzata nel nostro Paese da oltre 40 anni.

di Lorenzo Tosi